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Il tempo di morire: la querelle sul cimitero di Castrovillari

Il tempo di morire: la querelle sul cimitero di Castrovillari

di Ines Raisa Fortunato

Un tempo dilatato che s’accompagna all’assordante silenzio freddo del marmo, allo scalpitare dell’autunno che incombe col passo felpato di qualche gatto che non disdegna le fusa, sotto il dolore disattento di chi lascia in questo luogo la carne e l’amore e l’appartenenza.

Si presenta così questo spazio adibito al culto dei defunti di Castrovillari, si presenta contenuto nella rabbia e nel dolore, nero vestito da quell’attesa senza nόstos, la stessa che urge, a chi resta, per regalarsi la dignitosa illusione del ricordo immortale di un caro.

A queste mura, smembrate di parole e smunte dalle lacrime, s’oppone come d’assalto ai mulini a vento, il chisciottare polemico di slogan e politici, cavalieri di ventura esaltati dell’indecente vulgata. Perché oltre il j’accuse dei pentastellati che smuove la stampa, oltre il darsi agli ozi di Capua degli uffici amministrativi, oltre i reclami radiofonici da talk show di chi casca sempre in piedi, esiste un’arrendevolezza malinconica che si saggia negli occhi di chi è stanco di difendere qualcosa che fonda le più robuste Costituzioni.

Troppo comodo scambiare lucciole per lanterne, spostare su un piano delle irresponsabilità una questione che meriterebbe cura e amore oltre che silenzio. E non bastano le scuse per quei congiunti che aspettavano l’inumazione dei loro cari (8 feretri fanno sapere dal Meetup “Castrovillari a 5 Stelle”) né le “opportune precisazioni” del primo cittadino Lo Polito, che racconta di “strani tappi burocratici”, che fanno gonfiare e slittare i tempi, per responsabilità di “una superficialità amministrativa di cui questa Amministrazione e la città sono vittime!”.

Tra il far scudo di alcune becere situazioni e lo speculare, viene fuori una crudelissima realtà che fa acqua da tutte le parti, (o forse non fa neanche acqua, visto che in alcune zone di Castrovillari continua ad essere carente e lo stesso Sindaco ne disconosce le ragioni, affermando pubblicamente di non essere al corrente della chiusura dei serbatoi), ingenerosa ed arrogante, quella guerra tra elefanti che uccide sempre e solo le formiche.

Non è un allarme sanitario, è una questione di fatti gravi che coinvolge un’intera sfera di sentire, quello che passa attraverso la perdita, l’incredulità, la speranza che non sia vero, la corolla dei rimpianti e dei pianti per la perdita di chi si è amato.  Non resta che condividere il dolore di chi s’appella solo alla dignità, con preghiere silenziose, perché, purtroppo, la sensibilità non può rientrare tra gli eventi storicizzati dei piani regionali, non si può finanziare ad interim, si può solo coltivare e, quando ferita, la si deve curare perché, solo questo resta, nell’indice di quella consapevolezza per cui, il ricordo, è una forma di incontro.

“ (…) Perciò,stamme a ssenti… nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo à morte!”

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