Tempo

Filippo di Benedetto, eroe calabrese nell’Argentina dei desaparecidos

Filippo di Benedetto, eroe calabrese nell’Argentina dei desaparecidos

di Caterina Padula

Nato a Saracena nel 1922, emigrò negli anni Cinquanta in Sudamerica, dove durante gli anni del colpo di Stato, divenne una figura chiave per la salvezza di centinaia di connazionali. Per omaggiarne e tenerne viva la memoria, il borgo del Pollino ha intitolato una via all’eroe calabrese dei desaparecidos.  

Erano gli anni bui del colpo di Stato militare del ’76 quando Filippo Di Benedetto, immigrato calabrese in Argentina, si trovò a svolgere un ruolo fondamentale per la salvezza di molti connazionali. La sua esperienza di artigiano, di politico ma soprattutto di sindacalista, significò speranza e rinascita per moltissimi italiani, che travolti da un regime di illogica violenza, affidarono a quest’uomo il destino delle loro vite. Eppure, eroe a tutti gli effetti, la sua figura è stata a lungo dimenticata, a dispetto di quanto ha compiuto e dell’orgoglio che la sua esperienza dovrebbe suscitare nei suoi concittadini e non solo.

Per questo, ad un anno dalla inaugurazione della targa a lui dedicata, l’Amministrazione comunale di Saracena, venerdì 4 settembre 2020, gli ha voluto intitolare una via, per omaggiarne la figura e – soprattutto – la straordinaria umanità. Quella stessa umanità che, con innato rispetto per il bene comune, lo spinse negli anni Cinquanta ad emigrare in Sudamerica, non già per arricchirsi grazie al suo mestiere (faceva l’ebanista) ma per far fronte ai debiti contratti dal suo Comune; all’epoca, infatti, era il Sindaco di Saracena. 

A Buenos Aires, dove rimase poi definitivamente, divenne il referente principale tra il Partito Comunista Italiano e gli emigrati di sinistra latino-americani e ricoprì, grazie al suo impegno nel Sindacato, un ruolo fondamentale per la collettività italiana presente nella capitale. Per questo, nel drammatico contesto golpista, furono centinaia i connazionali che, terrorizzati dai sequestri, si rivolsero al sindacalista calabrese, che insieme all’allora vice-console a Buenos Aires Enrico Calamai, si impegnò in prima persona nel procurare loro soldi, biglietti e documenti necessari all’espatrio. Un atteggiamento, questo, motivato dal senso di solidarietà umana ma anche dalla sua esperienza personale, dato che sperimentò sulla propria pelle la tortura quando, intorno al ’43, fu arrestato per le sue posizioni antifasciste.  

Tuttavia, parlare oggi di Filippo Di Benedetto non significa solo raccontare la sua vita, ma immaginare ciò che rappresentò per gli italiani che vivevano in Argentina in quegli anni. La cosiddetta Guerra Sucia, un programma perverso di riorganizzazione sociale basato sulla violenza, sui sequestri e sulla sistematica violazione dei diritti umani, colpiva chi lottava per l’uguaglianza sociale, chi aveva a che fare con la politica o i sindacati, gli studenti e chiunque assumesse agli occhi del regime un ipotetico pericolo per la stabilità del Governo. Per chi è riuscito a salvarsi grazie a lui e a chi scorgeva nell’assurda normalità della Buenos Aires post colpo di Stato una realtà sommersa di torture e di sterminio, Filippo assume oggi le sembianze di un salvatore, di un uomo che, senza giri di parole, si mise a servizio dei suoi connazionali, mettendo in pericolo se stesso e la vita dei suoi familiari. 

Al di là di qualsiasi intento esageratamente celebrativo, è innegabile dunque che quest’uomo abbia dimostrato altruismo ed estremo coraggio nell’affrontare un regime tra i più violenti della storia. Ciò che colpisce, tuttavia, è il riserbo con cui lo ha fatto, scegliendo di rimanere in penombra e raccontando la sua esperienza solo a distanza di anni. Lo si scorge nelle rare interviste concesse o nella semplicità con cui ha ricevuto la nomina di Cavaliere dal Presidente Pertini nel 1983. Colpisce anche, e soprattutto, il modo con cui i sopravvissuti parlano di lui, colpisce la loro emozione, la loro gratitudine, colpisce il fatto che tante storie di violenza, sì, ma anche di amicizia e riconoscenza, siano venute fuori dopo anni di silenzio, quasi a voler concretizzare situazioni apparentemente sfumate ma mai del tutto dimenticate. Colpisce, infine, il silenzio delle istituzioni che, pur consapevoli di quel terrore, pur potendo intervenire non fecero nulla o fecero poco, giustificando quella incomprensibile violenza in nome di una lotta contro il “nemico” comunista.

E se da una parte, in un contesto simile, quella di Filippo Di Benedetto diventa una figura chiave per la salvezza degli italiani che vivevano all’epoca a Buenos Aires, dall’altra – comunista e rappresentante della Cgil – diventa lui stesso troppo ingombrante, troppo pericoloso agli occhi del regime. Il terrore del sequestro, delle ronde notturne, non lo ha di certo risparmiato, anzi: la figlia di suo fratello Orlando, Domenica, fu sequestrata e torturata, mentre suo nipote Eduardo fu rapito mentre accompagnava i figli a scuola; la prima si è salvata, il secondo non fu mai ritrovato. Grazie a Filippo però, al vice-console Calamai ed all’allora corrispondente del Corriere della Sera Gian Giacomo Foà, oltre 300 ragazzi riuscirono a scampare alla morte e a far rientro in Italia.

Ecco allora che un’esperienza forte, eroica, come quella di Filippo Di Benedetto, per nulla diversa da quella di Oskar Schindler, non solo deve appartenere alla memoria storica di Saracena (a cui, pur lontano, rimase sempre legato) ma deve necessariamente diventare patrimonio di tutti, dell’Italia e non solo. E’ ciò che ci auguriamo accada, affinché la vita di quest’uomo sia per tutti, oggi più che mai, un insegnamento di rispetto e di solidarietà umana. 

Lascia un commento

You must be logged in to post a comment Login

Leave a Reply

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tempo
@TCastrovillari

web tv di Slow Time, testata giornalistica di emerson communication

Altro in Tempo